L’unità di intenti per essere più forti
Quasi quotidianamente si alimenta il dibattito sul futuro della Regione che vede a confronto due visioni contrapposte: quella Degasperiana, ossia la Regione della convivenza e quella della separatezza, due Province autonome frutto del rovesciamento concettuale come lo definisce Lorenzo Dellai riferendosi alla riforma costituzionale del 2001. Io sostengo da sempre che valorizzare la Regione significa guardare avanti, ritenendo che la citata riforma costituzionale sia stato il primo passo di un disegno, quello sì rivolto al passato, basato sulla separatezza delle province di Bolzano e Trento finalmente autonome che unendosi formano la Regione.
Oggi più che mai, a mio giudizio, converrebbe sia a Trento che a Bolzano rilanciare la Regione come voluta da Degasperi, vista l’attuale fragilità della politica altoatesina che addirittura supera quella conosciuta dai trentini. In questi giorni ho letto con vivo interesse e piena condivisione l’articolo di Gianni Bonvicini – prestigioso studioso di questioni europee e politica estera – apparso su questo quotidiano con il titolo “Strategico salvare la Regione”.
Allo stesso modo ho apprezzato l’intervento di Karl Zeller – ex parlamentare e massimo conoscitore dell’autonomia del Trentino Alto Adige – che ad un incontro pubblico di qualche giorno fa a Trento così si espresse: “all’inizio della mia carriera politica, anni ’90, sono stato promotore di disegni di legge di riforma costituzionale per abolire la Regione e fare 2 Province autonome. Allora ero giovane. Ora però, ci troviamo in una situazione molto diversa, siamo finiti anche noi come i trentini 25 anni fa ed abbiamo trovato che i motivi di stare insieme sono molti di più rispetto a quelli per la scelta di dividersi. Non dobbiamo separarci è meglio restare uniti. La Regione potrebbe occuparsi di alcune specifiche competenze, ad esempio avere un unico aeroporto, un unico inceneritore ecc.”
Di tutt’altro segno, l’intervista di Dellai di qualche giorno fa apparsa sempre su questo quotidiano. Leggendola ho avuto l’impressione, in un primo momento, di intravvedere una sorta di ravvedimento operoso quando Dellai afferma che “Puntare ancora sull’ambito regionale non è ragionamento di bottega, perché solo insieme si potranno affrontare le sfide epocali di questo tempo. Ed è anche la storia a dirci che Trento e Bolzano, anche se diverse, sono necessariamente intrecciate.” Ma si è trattato di una sensazione di breve durata perché nella sostanza Dellai mantiene, anzi rafforza la sua visione della separatezza quando, rispondendo alla domanda del giornalista “Quali caratteristiche dovrebbe avere la nuova Regione?” risponde testualmente: “Innanzitutto sarebbe meglio chiamarla Unione regionale. E le due province Comunità autonome di Trento e Bolzano. Questo per marcare la nostra peculiarità rispetto a come la costituzione italiana nomina le realtà tipicamente nazionali. Un’Unione regionale, dunque,… senza naturalmente che venga messo in discussione il primato delle Province”.
Ricorrente è lo stimolo ad avere fantasia istituzionale, a dotarci di sapienza istituzionale, a recuperare memoria storica. La fantasia istituzionale oltre a partorire una verità costituzionale secondo la quale le preesistenti Province autonome di Trento e Bolzano, unendosi, formano la Regione, ha dato spazio anche alla strategia dei nomi, delle definizioni. Non più Regione ma Unione regionale o meglio ancora Land, non più Provincia ma Comunità autonoma. Nasce anche il neologismo Biprovincializzazione della Regione: la Regione perde la sua soggettività politica, la sua terzietà rispetto alle due Province autonome e diventa strumento delle stesse.
Confesso che non riesco a comprendere le motivazioni di tali innovazioni nominalistiche. Cosa vuol dire, in sostanza, essere Comunità autonoma anziché Provincia, Land anziché Regione? Qualcuno sente il bisogno di promuovere un’ulteriore modifica della carta costituzionale per mettere in evidenza che noi Trentini siamo diversi?
Una maggiore argomentazione da parte di chi si è fatto promotore di tale fantasia istituzionale mi aiuterebbe anche a capire per quale motivo si vuole a tutti i osti disconoscere la validità, anzi la straordinaria peculiarità, del modello istituzionale ideato da Degasperi che prevede, all’insegna della convivenza pacifica e costruttiva, potestà legislativa in capo sia alla Regione che alle Province (un’autonomia nell’autonomia) e le funzioni di attuazione esecutiva prevalentemente in capo alle Province.
All’amico Dellai, che propone di modificare lo Statuto “usando la stessa fantasia istituzionale che usarono i padri fondatori all’epoca del secondo statuto” faccio osservare che le modifiche apportate allo Statuto nel 1972 hanno riguardato la corretta attuazione di quanto previsto dallo Statuto del 1948 con particolare riferimento all’esercizio delle funzioni amministrative, tant’è vero che il testo dell’artico 14 è rimasto identico nell’articolo 18 del 1972 che recita “La Regione esercita normalmente le funzioni amministrative delegandole alle province, ai comuni e ad altri enti locali o valendosi dei loro uffici”. Le modifiche apportate nel 1972, grazie all’importantissimo e pregevole lavoro svolto dalla Commissione dei 19 hanno fatto giustizia principalmente delle sacrosante rivendicazioni altoatesine, trasferendo alle Province molte delle competenze originariamente esercitate dalla Regione, ponendo fine alla lunga e travagliata stagione del “los vonTrient” e degli attentati dinamitardi per giungere al rilascio della “quietanza liberatoria” del 1992 che recita “il Governo Federale austriaco dichiara di considerare chiusa la controversia esistente tra Austria ed Italia, che ha formato oggetto delle anzidette Risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e riguardante lo status dell’elemento di lingua tedesca della Provincia di Bolzano (Bozen) in esecuzione dell’Accordo di Parigi del 5 settembre 1946”.
Relativamente al cosiddetto primo statuto, c’è anche chi parla di fallimento, di “autonomia provvisoria” per sottintendere che la vera e definitiva autonomia ha avuto inizio solo con il secondo statuto, dimenticando che dal punto di vista legislativo e di governo lo statuto del 1948 era pienamente operativo. Il fallimento, quindi, non è stato dello statuto ma della sua attuazione, soprattutto per quanto riguardava il governo della Regione che nei primi anni successivi all’approvazione della Statuto vedeva, paradossalmente, in posizione di prevalenza e preminenza la componente italiana della regione rispetto a quella tedesca, prima (e per gli altoatesini esclusiva) destinataria dei diritti derivanti dall’Accordo Degasperi-Gruber.
A proposito dell’operatività dello Statuto del 1948, basti ricordare che Bruno Kessler ha portato a compimento, in qualità di Presidente della giunta provinciale di Trento fino al 1973, due progetti di straordinaria importanza per il Trentino: il Piano urbanistico provinciale e l’Università di Trento, beneficiando del potere legislativo attribuito alla Provincia.
In più occasioni si ha motivo di parlare dello Statuto speciale per il Trentino Alto Adige/Südtirol come laboratorio di autonomia e modello da esportare. Ne sono profondamente convinto, sempre che si creda e si continui a credere che lo spirito fondativo della nostra autonomia è stato ed è la convivenza. Se, invece, per modello da esportare si intende quello delle due Province autonome separate c’è veramente da chiedersi se sia sostenibile, per un bacino di circa un milione di abitanti, prevedere due aeroporti, due inceneritori, due ospedali regionali, due università, due piani sanitari, due politiche ambientali, sociali, dell’accoglienza. Limitatamente alla Provincia di Trento e con specifico riguardo all’attuazione della statuto, c’è sicuramente da osservare che non è certo motivo di prestigio dover ammettere che in un quarto di secolo non si è riusciti non dico a realizzare il nuovo ospedale ma nemmeno a progettarlo in via definitiva, a risolvere il problema dei rifiuti solidi urbani, a redigere e approvare un piano sanitario degno di questo nome. Sarebbe forse opportuno anche verificare con obiettività come sono state attuate le diverse competenze e, in particolare, come sono state gestite le imponenti risorse finanziarie provenienti dai famosi e originari 9 decimi del gettito fiscale negli ultimi 20/30 anni anziché continuare a rivendicare sempre maggiori competenze da acquistare dal momento che sono finiti i tempi delle competenze conquistate.
5 marzo 2024
Flavio Mosconi
Ex Consigliere regionale e Presidente della Commissione dei 12
