E io insisto, uniamo le forze – L’Adige 13 marzo 2020

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La sconsiderata politica che tradisce un ideale. Potrebbe essere il titolo della ricostruzione del processo legislativo di demolizione della casa comune della nostra autonomia se si concretizzassero le indicazioni e i fantasiosi auspici apparsi su questo giornale, relativamente al futuro della Regione.
Su questo argomento ho scritto diversi articoli («Il senso della Regione? Oggi come ieri, la convivenza»; «Unire le forze per ripartire dalle radici»; «Autonomia, qui si gioca con il fuoco», consultabili sul mio blog “flaviomosconi.it” se qualcuno fosse interessato ad approfondire), il che mi esime dal ripetere concetti, riflessioni e proposte che hanno sempre avuto come comune denominatore il modello Degasperiano basato sulla convivenza nella casa comune.
Con questo intervento voglio sostenere, anzi ribadire, che il futuro della nostra autonomia, quella trentina in particolare, dipenderà principalmente dalla volontà politica che la nostra classe dirigente saprà esprimere nel rapportarsi con lo Stato, avendo coscienza che mai come in questo momento dovrebbe risultare determinante la reciprocità di interessi e convenienze fra Trentino e Alto Adige, alla quale dovrebbe corrispondere una comunanza di intenti e di iniziative, in assenza della clausola dell’intesa per le modifiche dello Statuto di autonomia che la maggioranza dei trentini ha rifiutato votando NO al referendum del 2006 sulla riforma della Costituzione.
A supporto di questa mia affermazione, ritengo utile e illuminante richiamare il pensiero di autorevoli personaggi della nostra regione che hanno consegnato alla stampa le loro riflessioni.
Monsignor Iginio Rogger. Testimonianza diretta dell’ex ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber (registrata su nastro). «….profittando della mia posizione di interprete cercai di approfondire l’interrogativo su quelle che potevano essere state le intenzioni di Degasperi nel dilatare al Trentino l’autonomia prevista come necessaria per la salvaguardia del carattere etnico e dello sviluppo culturale ed economico degli abitanti di lingua tedesca dell’Alto Adige». Risposta di Gruber: «Degasperi ne era convinto: se l’autonomia si realizza per i trentini, diventa una fatto irreversibile, Se si realizza per i trentini, si realizza anche per i sudtirolesi; ogni pericolo di vanificarla verrà respinto anche dai trentini».
Von Hartungen, storico: «Per il Sudtirolo la condizione di plurilinguismo e multiculturalismo è una ricchezza enorme. Se il Sudtirolo si staccasse dall’Italia si impoverirebbe molto. E, allo stesso modo, anche per gli italiani sarebbe un impoverimento economico e culturale. La nostra ricchezza è l’unione, il fatto che ognuno possa vivere la sua identità senza negare quella degli altri».
Michl Ebner, politico: «Per me è importantissimo mantenere il legame con il Trentino. Anzi, bisognerebbe incrementarlo. Senza Trentino ci troveremo un po’ scoperti. Bolzano deve costruire dei rapporti e dei legami per sviluppare la Regione. Non solo per una politica di cortesia ma per un interesse primario, affinché l’autonomia venga mantenuta, venga salvaguardata».
È con questo spirito che la classe dirigente della regione dovrebbe, a mio giudizio, affrontare un’eventuale modifica dello Statuto di Autonomia, facendo tesoro di quella peculiarità, probabilmente unicità, contenuta nello Statuto del 1948, evidenziata nell’intervento del Relatore al disegno di legge di approvazione dello Statuto stesso con le seguenti parole «L’Unità della Regione Trentino-Alto Adige è alla base dello statuto, ma, insieme, è stata costruita, genialmente (io penso), un’autonomia nell’autonomia, per cui partendo da una fondamentale volontà di concordia, la provincia assume in questo Statuto una struttura diversa da quella delle altre province, ha una potestà, per quanto più limitata, di carattere legislativo».
Lo statuto del 1972 ha fatto giustizia delle legittime e sacrosante rivendicazioni altoatesine, trasferendo alle province molte delle competenze originariamente attribuite alla Regione. Questa corposa modifica dell’originario testo dello statuto e la collegata norma che prevede la delega alle provincie delle funzioni amministrative attribuite alla Regione, ha notevolmente valorizzato il ruolo e i poteri delle province che sono stati ulteriormente potenziati, nei decenni successivi, con la lodevole attività della commissione dei dodici.
Il nuovo assetto normativo della nostra speciale autonomia avrebbe dovuto favorire una visione lungimirante a dimensione regionale per la realizzazione di iniziative strategiche di primaria importanza. Proviamo a immaginare come avrebbe potuto essere la nostra regione se, unendo volontà politica e risorse finanziarie, si fosse realizzato un ospedale regionale, un aeroporto regionale, una università regionale, un sistema regionale di politiche ambientali e infrastrutturali, tanto per fare alcuni esempi. Purtroppo nulla è avvenuto in questa direzione.
Anzi, la politica regionale di governo, con una incredibile posizione di subalternità di quella che ha governato il Trentino nell’ultimo ventennio, si è attivata, in tutti i modi, per accelerare il processo di separazione delle due province all’interno di una regione fatiscente, fino al punto di creare un vero e proprio falso storico con la riforma costituzionale del 2001, secondo il quale non è la Regione fonte ed origine dell’autonomia da irradiare sulle province ma sono queste ultime a costituire la Regione (la cosiddetta “inversione concettuale” come la definisce Dellai). Infatti, il secondo comma dell’articolo 116 della Costituzione recita testualmente, a differenza di ciò che si legge nel nostro Statuto, «La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle province autonome di Trento e di Bolzano».
Per completare l’opera di separazione delle due Province, la stessa maggioranza di governo regionale che comprendeva il Centro sinistra Autonomista del Trentino si è resa responsabile di un vero e proprio colpo di mano, nell’aprile del 2003, in fase di discussione del disegno di legge riguardante la delega alle province delle funzioni amministrative rimaste in capo alla Regione. Anziché limitarsi, come era suo diritto in base al regolamento interno, a dichiarare inammissibili gli emendamenti aventi finalità ostruzionistiche, ha voluto, con una sola votazione e con la forza dei numeri, fare piazza pulita di tutti i 25 commi dell’articolato di legge. È stato proprio così che la Regione è finita “nella discarica della storia”, espressione, questa, risuonata nei banchi del Consiglio regionale come un inno di vittoria di chi voleva liberarsi definitivamente di un inutile intralcio istituzionale.
Ho voluto soffermarmi su questo breve excursus storico non certo per risollevare inutili polemiche ma per meglio esplicitare il mio pensiero che si concretizza nel ribadire che non c’è nulla di irreversibile se a prevalere sarà una comune volontà politica di riprendere il percorso ideato e tracciato da Degasperi nel lontano 1947.
Lo strumento da utilizzare per costruire un’intesa con lo Stato finalizzata alla modifica dello Statuto di autonomia potrebbe essere la Commissione dei dodici dal momento che, come sosteneva anche Bruno Kessler: «l’autonomia è ormai a regime, nel senso che dispone di norme e di finanziamenti, ma occorre diffondere, distribuire, collocare questo potere sul territorio».
Per parte mia, penso di poter aggiungere che è finita da tempo l’epoca della conquista delle competenze con gli oneri a carico dello Stato. L’ultima competenza conquistata nel lontano 2006 era quella predisposta dalla Commissione dei dodici da me presieduta riguardante la delega alla Regione delle funzioni amministrative degli uffici giudiziari. Prevedeva il rimborso da parte dello Stato delle spese sostenute dalla Regione per il personale amministrativo e l’individuazione degli uffici giudiziari (tribunali) mediante intesa Stato-Regione. In sede di votazione è stata demolita con un fax dei due presidenti delle Province. È stata poi approvata una nuova norma dalla commissione presieduta da Dellai (ironia della sorte) priva dell’intesa riguardante i tribunali e con l’onere del personale a carico della Regione. Da quella data, è iniziata l’epoca dell’acquisto di competenze, nel senso che le spese relative all’esercizio di tali competenze sono a carico delle Autonomie locali. Auspicando che le attuali forze di governo non intendano caricare i bilanci di ulteriori oneri, la Commissione dei dodici potrebbe, a mio giudizio, occuparsi della modifica dello Statuto di autonomia nel senso dianzi prospettato, individuando le competenze che nell’interesse di tutti sarebbe opportuno attribuire alla Regione.

Flavio Mosconi
Già consigliere regionale e presidente della Commissione dei dodici