Intervento al convegno “La prospettiva federalista: un’autonomia per l’Europa” del 27 maggio 2011

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Intervengo volentieri, anche se molto brevemente, sull’argomento proposto perché quella dell’autonomia è una materia che mi ha sempre appassionato e coinvolto nei vari ruoli pubblici che ho ricoperto.
Esiste ormai una vastissima letteratura sulle origini storiche ed il successivo sviluppo della nostra speciale autonomia ma è sempre motivo di arricchimento personale poter riflettere su nuovi contributi estremamente interessanti come quelli che ho avuto modo di ascoltare questa mattina.
Per parte mia vorrei proporre alcune riflessioni e valutazioni di stretta attualità su ciò che la politica locale ha fatto o non ha fatto, in questo ultimo decennio, in difesa e per lo sviluppo della nostra autonomia.
Prima, però, ritengo importante mettere in rilievo una incontestabile verità storica che tutti dovrebbero condividere ed accettare per riconoscere che mai, nella sua storia secolare, l’ambito geografico che corrisponde all’attuale Regione Trentino Alto Adige ha goduto di un’autonomia legislativa e finanziaria come quella concessa dallo Stato italiano nel 1948 con l’approvazione del primo Statuto di Autonomia in attuazione dell’accordo Degasperi-Gruber. E che mai il nostro Trentino avrebbe potuto godere di questo specialissimo assetto autonomistico se Alcide Degasperi non si fosse battuto per far rientrare la tela della nascente autonomia in una cornice regionale che racchiude i territori delle province di Bolzano e Trento.
Quello di Degasperi è stato per l’Alto Adige e per il Trentino un dono di valore veramente inestimabile che in questi ultimi decenni i trentini assieme agli altoatesini hanno saputo valorizzare con intelligenza e lungimiranza occupandosi dell’attuazione dello Statuto e quindi del varo, attraverso la Commissione dei 12, delle norme di attuazione che hanno consentito alle nostre istituzioni di ottenere dallo Stato italiano, sulla base di un trattato internazionale, competenze e risorse finanziarie che hanno reso possibile una forte autonomia politica, legislativa e di governo che trova pochi riscontri al mondo.
A fronte degli innegabili risultati ottenuti, si deve, però, riconoscere quanto ho avuto modo di dichiarare anche in occasione della visita ufficiale al Consiglio Regionale, nell’aprile del 2007, dell’allora Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera On. Violante, che l’applicazione delle potenzialità offerte dallo Statuto di Autonomia non può ritenersi opera compiuta se si è costretti a considerare non completamente raggiunto l’obiettivo che dava e da significato politico e ruolo istituzionale ai tre Enti: quello della convivenza solidale fra i diversi gruppi linguistici che vivono in Trentino Alto Adige.
E siamo quindi alle valutazioni di stretta attualità che mi sono proposto di esporre.
Se il processo di convivenza ed integrazione dei diversi gruppi linguistici è ritenuto l’obiettivo fondamentale del nostro sistema autonomistico, il Trentino deve capire che non si tratta di un problema esclusivo della Provincia di Bolzano ma di un problema che dovrebbe spingere il Trentino e l’Alto Adige, uniti nell’entità Regione, a pensare ad un rafforzamento dello Statuto di Autonomia che abbia come obiettivo forte e concreto proprio la convivenza dinamica, solidale e costruttiva. Se invece lo ritiene estraneo ai suoi valori e ai suoi interessi, il Trentino rischia di indebolire anche la giustificazione della sua Autonomia rispetto alle Province o Regioni che lo circondano.
Forte di questa visione del processo di formazione e sviluppo della nostra Autonomia, ho sempre sostenuto, anche dai banchi dei Consigli regionale e provinciale e sulla stampa, che le modifiche costituzionali e del nostro Statuto di Autonomia approvate dal Parlamento nazionale nel 2001 hanno comportato e comportano tuttora un grave rischio per la tenuta del nostro sistema autonomistico. La demolizione dell’originaria configurazione tripolare della nostra Autonomia regionale, secondo la quale era l’Ente Regione la fonte dell’autonomia da irradiare sulle due province, ha introdotto nel sistema normativo un falso assunto storico: quello di un’autonomia riconosciuta in capo alle due Province che unendosi formano la Regione.
Se si vuole pensare seriamente al futuro della Regione Autonoma, credo che non possano e non debbano essere messi in discussione il suo significato politico ed il suo ruolo istituzionale ed è per questo che ho sempre considerato come fuorviante la tendenza di quelle forze politiche e di quei gruppi o movimenti che perseguono obiettivi di separazione e distinzione, di rovesciamento concettuale come l’ha definito il Presidente Dellai, perché assecondando questo processo si finisce per tradire lo spirito ed il significato profondo che ha ispirato e che deve ispirare oggi e sempre la nostra Autonomia Regionale e Provinciale.
Il distacco pressoché totale delle due Province, purtroppo, c’è stato. Ed è stato a mio giudizio un grave errore politico e di prospettiva che ha comportato, come immediata conseguenza, lo svuotamento di fatto dell’Ente Regione con il trasferimento alle Province di quasi tutte le competenze e della quasi totalità delle risorse finanziarie, forzando, a mio giudizio, il significato e il contenuto dell’articolo 18 dello Statuto, secondo il quale “La regione esercita normalmente le funzioni amministrative delegandole alle procince……”.
La delega, dunque, non era da considerare un obbligo ma una scelta. Una scelta, va robadito, fortemente voluta dalla SVP unitamente al processo di separatezza delle due Province perché considerata l’unica strada praticabile per assecondare l’aspirazione di sempre: quella di individuare nel territorio della provincia di Bolzano l’ambito geografico destinatario in esclusiva della speciale autonomia prevista dall’accordo di Parigi.
Se, senza condividerli, si possono comprendere gli obiettivi di strategia politica e istituzionale dei partiti di lingua tedesca dell’Alto Adige, riesce veramente difficile, ancora una volta, capire la logica della strategia politica seguita dai partiti di governo del Trentino che hanno puntualmente assecondato iniziative legislative che con tutta evidenza non andavano certamente nella direzione della tutela e della salvaguardia dell’autonomia trentina.
E’ anche difficile cogliere i motivi per cui, sia a Trento che a Bolzano, non si sia voluto considerare con la dovuta attenzione e con la necessaria lungimiranza l’opportunità, strumentale oltre che politica, di mantenere in capo alla Regione competenze e funzioni da esercitare preferibilmente in ambito regionale con riferimento ad alcuni importanti settori di attività quali l’istruzione, la cultura e la formazione universitaria, la sanità con una struttura ospedaliera regionale, la realizzazione di infrastrutture di comunicazione e la gestione di un aeroporto regionale, l’urbanistica, l’ambiente, la tutela del paesaggio, la collaborazione imprenditoriale, la valorizzazione in ambito internazionale delle notevoli risorse turistiche ecc.
Analogo giudizio posso esprimere anche in relazione ad un altro passaggio legislativo che i partiti di governo del nostro Trentino hanno affrontato in chiave sostanzialmente e paradossalmente antiautonomistica: il referendum confermativo del 2006 sulle modifiche costituzionali approvate dal Parlamento nazionale.
Quelle modifiche costituzionali contenevano la norma riguardante la cosi detta blindatura del nostro Statuto di Autonomia, ossia la garanzia costituzionale che qualsiasi modifica statutaria sarebbe stata possibile solo con l’intesa fra lo Stato e le autonomie locali Regione e Province Autonome di Trento e Bolzano.
Non è necessario spendere tante parole per evidenziare la vitale importanza che rivestiva una norma che avrebbe ulteriormente rafforzato il concetto di intangibilità del nostro assetto autonomistico, mettendo al sicuro quel dono inestimabile che Degasperi ha voluto fare ai Trentini.
Ebbene, anche in questa occasione i partiti di governo trentini, anziché cogliere un’occasione probabilmente irripetibile di blindare il fortino dell’autonomia, ponendosi al di sopra delle contingenti convenienze di partito, hanno portato avanti una campagna di assoluta contrarietà alla conferma delle modifiche costituzionali approvate dal Parlamento nazionale, contribuendo così a far decadere, fra le altre, anche quella norma che per i Trentini sarebbe stata oro colato.
Da ultimo, non posso nascondere le mie forti perplessità sull’opportunità e la convenienza per il Trentino dell’ormai famoso “patto di Milano”, da tutti (o quasi) giudicato come un accordo addirittura geniale che dovrebbe rafforzare le nostre prerogative autonomistiche per quanto riguarda la finanza della Regione e delle Province, materia trattata dal titolo VI dello Statuto.
Dei contenuti e del merito dell’accordo do una lettura diversa da quella finora ufficializzata dai vertici provinciali, ma in questa sede mi limito ad osservare che, attivando le procedure previste dall’art. 104 dello Statuto, è stata aperta un’altra breccia nel fortino della nostra autonomia, dal momento che questo articolo è l’unico che consente, su concorde richiesta del Governo, della Regione e delle due Province, di modificare una parte dello Statuto di Autonomia con legge ordinaria dello Stato.
Ho citato volutamente alcuni passaggi critici che hanno interessato il nostro sistema di speciale autonomia in questi ultimi dieci anni, cercando di tenere le mie constatazioni e riflessioni su un livello rigorosamente storico e istituzionale, per ribadire una raccomandazione che ho avuto modo in più occasioni di esprimere, come risulta dagli atti dei Consigli regionale e provinciale: quella di prestare la massima attenzione nel mettere mano al sistema normativo che regola e tutela la nostra autonomia, tenendo conto che, per quanto ci riguarda, la legittimazione politica e storica della nostra autonomia trova la sua ragion d’essere solamente nella Regione.